
Giugno '96
Recensione di CARLA CHIARA FRIGO
Appare chiaro che il principio motore delle creazioni di Gino Tonello è il desiderio forte di stabilire un contatto altamente comunicativo e significativo, di forza empatica e simpatetica, con la civiltà contemporanea e i suoi fruitori, tale da portarlo ad operare scelte radicali sul filo della provocazione. Suscitare un impatto emotivo attraverso arditi accostamenti fra accensione dei sensi e freddi oggetti di uso domestico e quotidiano, plasmarlo su superfici scandite da rapporti cromatici di campiture piatte e accese, ampie o minute per focalizzazioni serrate significa addentrarsi con irruenza nell’interno delle problematiche più attuali del vivere odierno, aprire delle fessurazioni nel caos sfuggente e frenetico con sintesi percettive e immaginative che rievocano l’incandescenza di un sentire anche erotico di se stessi e del mondo. I rimandi più diretti sono all’artista bolognese Valerio Adami e all’americano Roy Liechtenstein entrambi qui in causa per la medesima capacità di elevare allo statuto artistico il linguaggio popolare dei fumetti o delle immagini pubblicitarie caratterizzate da cromie uniformi, brillanti e da contorni netti. L’immediatezza del racconto garantito da tali media, emerge con fluidità e naturalezza mentre le ripartizioni delle tessere di cambiamento cromatico, inserendosi della poetica del frammento, rappresentano una sorta di flashes rivelatori di stati psicofisici colti nel loro avvicendarsi temporale al fine di creare una strutturalità di istanti percettivi, un’architettura trasparente e colorata profondamente suggestiva.
Carla Chiara Frigo