Gino Tonello

Maggio '95

Recensione di PAOLO RIZZI

Gino Tonello l’ha intitolato “l’arrivo delle verità inconsce”. E’ il suo quadro più significativo: o almeno quello che in sintesi meglio esprime i suoi intenti espressivi. Rappresenta in basso il volto d’una donna dagli occhi sgranati e attoniti. Sopra e tutto attorno la pittura diventa astratta, segnata da una forte gestualità, con pennellate e spatolate irruenti e apparentemente caotiche. A ben vedere l’immagine, come suggerisce lo stesso titolo, è la visualizzazione dei pensieri della donna: l’affollarsi appunto, quasi fosse proiezione dei suoi stessi capelli, di pensieri oscuri, “verità inconsce”.

Due caratteristiche di Tonello appaiono, già da questo quadro, ben chiare. La prima è il significato simbolico che la pittura cela: occorre non fermarsi al piacere estetico superficiale, ma entrare dentro la forma fino a scoprirne l’intera espressività. La seconda è il rapporto dialettico che sempre s’instaura: cioè l’alternarsi di elementi opposti, che rappresentano la stessa inquietudine dell’animo dell’artista.

Se si tengono ben presenti questi due fattori, l’interpretazione sarà facilitata, al di là dello sconcerto che immagini così forti, così contrastate ed anche tecnicamente vistose, ci possono produrre. Tonello è infatti un’artista che adopera gli strumenti pittorici non tanto per produrre sensazioni piacevoli, e men che meno decorative, quanto per esprimere sentimenti che rispondono alle esigenze di una cultura d’oggi, moderna e quindi sì per sé contraddittoria,come è contraddittorio il mondo in cui viviamo.

Sul significato simbolico della pittura occorre ben meditare. Esso è presente anche quando Tonello nella sua tecnica preferita- che è quella della pittura su vetro, con luce indiretta dal di dietro- potrebbe sembrare avviato alla pura visibilità. La scelta di un epoca storica che è anche categoriale, quella floreale-secessionistica, quindi la preferenza per Klimt, ed in genere per un gusto neo-bizantino, ci fanno intendere che occorre, appunto, guardare “ al di là”. Persino quando egli riprende letteralmente Klimt (come nelle famose “tre età”) egli inserisce elementi di impianto informale, cioè astratto, che sottolineano la valenza allegorica, invitando lo spettatore ad interpretarli di per sé, al di fuori della stessa rappresentazione.Ciò si percepisce anche nei ritratti veri e propri, laddove ogni pennellata obbedisce ad un intento di introspezione psicologica, nel tentativo di una resa, per certi versi anche fisica, della pittura come espressività. Ecco l’incontro- scontro tra “lui e lei”, in un dialogo aspro dove ogni gesto è trasposizione di uno stato d’animo. Lo stesso Tonello ama ripetere: “dobbiamo riscoprire noi stessi, dobbiamo analizzarci”.

L’analisi,  in un certo senso, è anche scissione. Tonello ci mostra le varie facce della condizione umana: che sono spesso opposizioni anche aspre, crude. Ecco l’altra caratteristica fondamentale di questa pittura. Essa è quasi sempre bipolare. Talora riprende moduli secenteschi e settecenteschi, per porli a fronte di stilemi ben più moderni, apparentemente in contrasto : rielabora il linguaggio floreale, lo carica di accenti realistici per poi, magari dissolverli in puri segni, in scarti di luci e ombre, di forzature di dolcezze. Klimt contro Pollock: e la sfida dello stesso tempo in cui viviamo, il tempo del computer che tutto riduce al sistema binario (il sì e il no, il bianco e il nero, il bene e il male…). In questo la tecnica della pittura su vetro e della luce come chiave di lettura serve all’artista per portare ancora più avanti questa bipolarità, che esce dal modulo decorativo per diventare specchio acuto di un ondeggiamento psicologico. La nostra società è così: basta premere uno dei tanti pulsantini del telecomando o gettare lo sguardo dal finestrino dell’auto sulla sfilata dei cartelloni stradali. Tutto è contrasto:  magari tra dolcezza e violenza, tra modi hard e soft, tra prepotenza e sentimento.

Così va vista, a mio avviso, la pittura di questo artista singolare, che sfugge al manierismo ancor oggi imperante. Vedere deve significare anche capire: capire il perché, entrare dentro l’animo umano, quasi a rovesciare i suoi risvolti psicologici.

Paolo Rizzi